Il mio primo viaggio in Albania

Cinquemila anni di pecore, cinquecento anni di turchi, cinquant’anni di comunismo come Bacco, Tabacco e Venere. All’occhio del viaggiatore indiscreto l’Albania non appare proprio ridotta in cenere, ma quasi. Grazie alla straordinaria tenacia di molti suoi figli, il paese delle aquile sta spegnendo i carboni ardenti della rovina, sta tentando disperatamente di riscattare la propria dignità. Evidenti freni della rinascita sono l’arretratezza, anche culturale, la forte corruzione e l’emigrazione.

A pranzo con un gruppo di amici sei mesi fa mi sono domandato se l’Albania fosse finalmente in grado di ricevere turismo europeo, se fosse oggi affascinante almeno quanto la Grecia Ionica di trent’anni fa. La dittatura comunista è finita ormai da una quindicina d’anni e anche le imprese criminali degli scafisti, che depositavano derelitti in mare davanti alle nostre coste, sono quasi dimenticate. Ogni tanto in televisione si sente di qualche italiano che s’ è inventato qualcosa in Albania. Il legame è forte, quasi viscerale. I padri, o i nonni, di tutti noi hanno avuto a che fare con l’Albania. Poi più niente per tanti anni, ma il recupero del figliol prodigo è più intrigante di qualsiasi altra impresa. Dopo la prima ondata decisamente turbolenta, l’immigrazione albanese in Italia si è stabilizzata, oggi è tranquilla. Si tratta di circa 450.000 persone perfettamente integrate, grandi lavoratori. Quelli che conosco non smettono mai di favoleggiare sulle bellezze del proprio paese, la natura, il mare, le montagne, gli eroi, i resti della storia. Sono persone serie, innamorate. Da molti nostri aeroporti si moltiplicano i voli di linea con Tirana, i traghetti da e per Durazzo viaggiano a pieno ritmo. Non è difficile andare. La cosa che un po’ inquieta prima di partire è che un paese tanto vicino sia così poco documentato. La sola guida in italiano che ho trovato è dedicata ai Balcani Occidentali (Lonely Planet) e solo una cinquantina di pagine raccontano dell’Albania. I numeri di telefono sono quasi tutti sbagliati, cambiati, incompleti. Su internet si trovano le normali informazioni commerciali sugli alberghi e sugli affitta-macchine, ma nulla, in piena globalizzazione, lascia immaginare, prevedere, come siano in realtà le città, la gente nei confronti degli stranieri, i trasporti pubblici, l’assistenza medica, le strade, la segnaletica, la sicurezza personale, la possibilità di guidare, di girare autonomamente, cosa mangiare e cosa assolutamente non fare. L’ultima frontiera. Atterrato in perfetto orario all’aeroporto di Tirana con un volo BelleAir da Parma (1 ora e 40) pago il visto 10 Euro ad una poliziotta gentile, recupero velocemente il bagaglio e, prima di riuscire a sentirmi in balìa di me stesso, vengo agganciato dall’autista del personaggio politico che mi ha mandato a prendere. La prima meta è Durazzo con l’anfiteatro romano e il lungomare “alla romagnola”, entrambi vanti locali. All’anfiteatro oggi comanda un’archeologa italiana di poche parole, un tempo i leoni, mentre sul lungomare all’imbrunire sfilano le pantere. Camminano con lo sguardo vacuo, il sedere in movimento e i piedi in fila per esibire se stesse e l’ultimo prét-à-porter. I tacchi sono alti, ma non a spillo per evitare di far danni sullo sterrato. Famigliole rilassate esplorano i monumenti che sono stati l’austero vanto del regime di Enver Hoxha. Una statua di bronzo del dittatore, ancora in ottimo stato, ma caduta dal proprio piedistallo, giace in un angolo del giardino del Museo Archeologico tra resti romani. Pare che lo scavo dell’anfiteatro, affidato ad un pool universitario italo-albanese, vada a rilento, oltre che per la solita mancanza di soldi, per disinteresse politico e lungaggini burocratiche. A poche centinaia di metri la spiaggia non c’è più, al suo posto il cemento armato, in tutte le sue forme più consuete. Bagnarsi in mare lì è un suicidio, anche ufficialmente risulta che ci siano state infezioni. E’ sicuramente il caso di andare un po’ più in là, ma si ha l’impressione che, nelle vicinanze, a nord o a sud, cambi poco. Il migliore ristorante di Durazzo si chiama Tramonto. Per ben due sere ci ho mangiato, eravamo in due, pesce crudo ed è stata una gioia, nessun problema. Ostriche, gamberoni, branzino sono freschissimi e il vino bianco della casa si lascia bere (16 Euro a testa). A dormire sono andato all’hotel Nais, pulito, aria condizionata (40 Euro la doppia). La padrona si chiama Loretta, il suo cellulare dall’Italia è 00355 692071422. Il telefono fisso, quando c’ero io, non funzionava. Andare a Kruja è come fare una gita a San Marino e pretendere di divertirsi. I ciapa-ciapa sono più o meno gli stessi, ma, dato che qui il progresso ancora lo concede, ci sono ancora gli artigiani, vere tappetaie che tessono veri qilim, veri artigiani che creano vere schifezze.. Il sindaco, i notabili e il custode si accomodano a far due chiacchiere al fresco nel salotto turcheggiante del Museo Etnografico. Mi guardo in giro perplesso. Non saprei proprio a chi portare in dono il costume tradizionale di Kruja, una divisa da Cenerentola ottomana tutta veli nonvedo-nonvedo. Sulla strenua difesa della città da parte del condottiero Skanderbeg è stato scritto molto, quindi mi astengo. Vedi Google. A Tirana va vista la piazza Sheshi Skenderbej la domenica pomeriggio. Il grande mosaico murale Albania “testimone di tante vittorie” domina uno spiazzo, parte dell’enorme piazza, su cui bambini eccitati sgommano con veicoli a motore di diverse dimensioni. Più in là fontane obsolete attendono l’acqua che ancora ovunque scarseggia e la bandiera muove l’aria torrida per l’eroe immobile sul suo cavallo, davanti alla moschea. I giovani qui sono sfacciati, come si conviene agli abitanti di una capitale. Il sindaco Edi Rama, leader dell’opposizione, per uscire dal grigiore comunista, ha incoraggiato il tinteggio delle case a colori vivaci. Molti hanno aderito, comprese le ferrovie dello stato. La stazione della capitale, in fondo a Zogu I Pare, è molto vistosa nel suo arancione acceso, ma non ci sono treni. L’unico convoglio per Valona è alle 14,50. Dicono che l’arrivo sia previsto per le 19,50, ma non è sicuro. Non si sa neanche se fermi a Fier e a che ora. Nel quartiere elegante, fino al 1991 riservato ai caporioni, sono sorti recentemente due palazzi vicini ed uguali. Si chiamano Torri Gemelle. Dell’albergo è meglio non parlare, mentre ricordo con piacere il panino e la birra di un caffé in una piazzetta piena di giovani di fronte al Parku Rinia. Presa qualche informazione sul posto, i tempi e la disponibilità dei trasporti pubblici m’impongono di rivedere pesantemente i programmi fatti a tavolino. Affitto una macchina (Tirana Car Rentals 00355 4240511) e mi dirigo verso sud, il più vicino possibile alla costa. Il viaggio ideato per essere vissuto alla Chatwin si trasforma in una gita borghese. La prossima meta è Apollonia, vicino a Fier, ciò che resta di una grande città greca fondata 2.600 anni fa. Le strade sono buone, la segnaletica scarsa. Fier più che una città è un cantiere abitato da una grande quantità di persone. Come in molta altra parte del paese, si ha l’impressione che recentemente tutti abbiano provato a costruirsi una casa, ma che pochi ci siano riusciti. Qualcuno ha pensato bene di costruirsi una bella nave di cemento in mezzo alla campagna, con piscina. Apollonia è un bel posto in cui bisogna guardare quello che c’è, ma anche lasciare libera l’immaginazione, vagare sull’onda delle proprie conoscenze e considerare le stranezze della storia, che sono come i casi della vita. Grande città greca fondata nel 588 a.C.. Grande città romana, al punto che Giulio Cesare vi mandò il nipote Ottaviano a studiare filosofia. Sede vescovile nel quinto secolo. Villaggio di pastori, sempre meno poi più nulla. Restano la bellissima chiesa bizantina di Santa Maria, le colonne di un piccolo tempio pagano, la gradinata di un teatro e un oliveto. Nella valle ci sono segretissimi scavi archeologici in corso. Chiedo dove siano di preciso, nessuno risponde. Arrivare a Valona, per chi ha letto le cronache dei primi anni 90, e anche Salgari, è come sbarcare all’isola della Tortuga. In realtà poi i lidi da cui partivano gli scafisti con i loro carichi umani sono degli spiaggioni desolati e sporchi invasi oggi, per buona parte della giornata, da moltitudini di grasse massaie, bambini vocianti e arzilli vecchietti. Sullo sfondo il porto con poche navi. In mare non si muove una paglia, non ci sono barche, motoscafi, panfili. Il governo, per garantirsi e garantire all’Italia la definitiva sconfitta della tratta dei clandestini, di fatto ha vietato la nautica da diporto. Navigano solo rarissime piccole imbarcazioni da pesca. In giro non si vedono gommoni. Così come anche a Durazzo, il turismo straniero è in massima parte di provenienza kosovara e montenegrina. Molti sono gli emigrati che ritornano a trascorrere le vacanze estive. Il turismo europeo occidentale è scarsissimo e nella quasi totalità è rappresentato da giovani con zaino e sacco-a-pelo. La vita in città scorre meglio di sera che di giorno. I poli culturali scarseggiano e i giovani residenti si devono un po’ accontentare anche se non credo che i ragazzi di Otranto abbiano cose molto più interessanti da fare. Pippo Baudo, la compagnia cantante e la pubblicità dei lassativi arrivano anche qui. Stupisce trovare dei giovani al sabato sera intorno a due tavoli da biliardo in piazza Sheshi i Flamurit, sotto al Monumento all’Indipendenza, intenti a giocarsi il campionato cittadino. La collocazione del piccolo stadio non sembra casuale, come se gli organizzatori del torneo cercassero la protezione dei numi tutelari, le statue del monumento al realismo socialista che li sovrasta. Dormo al New York con vista mare (50 Euro una doppia), mangio in uno qualsiasi dei tantissimi ristorantini sulla costa verso Oricum (10 Euro a testa). Durante una sosta per il pranzo ho scambiato qualche parola con un giovane cameriere molto professionale. Gli ho chiesto quale fossero la sua età e le sue ambizioni. Mi ha risposto di avere 17 anni e di sognare di potersi iscrivere a Medicina a Bologna per laurearsi e poi ritornare in Albania a curare, con conoscenza di causa, la sua gente. La sera precedente avevo incontrato una persona più vecchia e decisamente scafata, conoscitrice sia dell’ Albania che dell’ Italia. Abbiamo parlato dell’assistenza sanitaria nazionale. Mi ha detto “se puoi appena farne a meno, proprio non ne hai assoluto bisogno, non andare mai in un ospedale albanese, comunque è sempre meglio tentare di risolvere i problemi in farmacia”.

Con Valona e il Kalaburun da una parte e Otranto dall’altra inizia il Mar Ionio. Ci si lascia alle spalle l’Adriatico largo e piatto e si restringe il campo di azione. Sarà come la Grecia ? La direzione è ancora sud, oltre il passo di Llogaraja. Mi sarebbe piaciuto esplorare il Kalaburum (penisola a sud ovest di Valona), ma purtroppo l’accesso agli umani è vietato. Pare che ci sia una base della marina turca. Navigando da casa con Google Earth ho visto quattro sottomarini ormeggiati ad una banchina in una base a ovest di Orikum. Dal Passo di Llogaraja si gode uno spettacolo incantevole, il paesaggio cambia totalmente in pochissimi chilometri, da Riccione al Trentino alle Cinque Terre. Dall’alto dei miei mille metri individuo una spiaggia polinesiana e cerco di arrivarci. Si chiama Palase ed è totalmente deserta. Sarà lunga tre chilometri, bianca. Un grande bagno (nudo). La mia compagna non si toglie il costume per rispetto ad eventuali guardoni musulmani di cui non c’è neanche l’ombra. Sabbia grossa e soffice sulla battigia, acqua fredda e pulitissima. Sole, aria, mare, ci sono anche i bunker del vecchio Enver, niente e nessun altro. Visti dal pelo d’acqua i bunker sembrano tanti piloti di formula-uno che fanno le sabbiature. Per ritornare sulla strada asfaltata servono la prima ridotta, quattro ruote motrici e molta attenzione. A Dhermi finisce la strada buona. La spiaggia è bellina, ma banale. Ci sono tre alberghetti, qualche bar. L’insalata divorata sotto ad una pergola in riva al mare risulta particolarmente gradevole (6 Euro). Il paese vecchio, lontano dal mare, si presenta deserto e malridotto, ma non privo di fascino. Da lì la strada peggiora sensibilmente e l’incrocio con mezzi pesanti desta qualche preoccupazione. Preoccupa anche il fatto che molti automobilisti appendano un ferro di cavallo d’argento al radiatore della loro Mercedes e che la strada sia disseminata di cippi con fotografie e fiori freschi. Sono anni che non passa uno stradino e piccoli crateri si aprono all’improvviso sotto le ruote. Scorrono alcuni luoghi cult del vacanziere metropolitano albanese tra cui la cittadina di Himare, ma la meraviglia delle meraviglie, in cui vale la pena di fare sosta, è Porto Palermo. Gli ingredienti ci sono tutti, il castello abbandonato di Alì Pasha, una base sottomarina in disarmo, ma ancora sorvegliata ed interdetta, e un mare meraviglioso. Ci si potrebbe girare un film epico tipo I Cannoni di Navarone o anche un episodio di Indiana Jones. Qualcuno che conosce il mestiere potrebbe farsi venire in mente un approdo per “grandi navigatori” alle prese con il Canale d’Otranto, con ristorante di pesce e sontuosi giacigli. La rotta è poco a nord di quella giusta. Invece non c’è niente e Klarco Koci insegue i rarissimi curiosi per raccontare loro la storia del castello e averne in cambio pochi lek. Da Klarco è possibile procurasi qualcosa da bere e un pasto frugale, un insalata, un piatto di gamberetti fritti appena pescati. Il “llogari”(conto) è fin troppo onesto. Si dice che Alì Pasha Tepelena fosse amico ed ammiratore di Byron che, a sua volta, lo ricambiava pur temendo la sua nota efferata crudeltà. Anche se Klarco si spertica in acrobatiche spiegazioni di dove fosse alloggiato l’harem e di quante concubine ogni giorno Alì desiderasse le grazie, sinceramente non credo che il Pasha, signore, all’inizio dell’ottocento, di vastissimi territori dall’attuale Serbia fino a buona parte della Grecia nord occidentale, abbia potuto accontentarsi di una residenza così modesta. Probabilmente si trattava solo di un’ importante sede di guarnigione, ma nulla toglie alla sua bellezza e alla sua straordinaria posizione. Procedendo verso Saranda ci si lascia a destra la bella spiaggia di Buneci con un paio di ristoranti e relativi bunker. Più avanti, dopo il villaggio di Nivice Bubar una strada sterrata scende a destra verso Kakomé. Si tratta di una bellissima e dolcissima piccola valle e di una baia molto chiusa per cui il Club Mediterranée avrebbe già destinato 40 milioni di Euro per la costruzione di un villaggio con 800 posti letto. I lavori non sarebbero ancora iniziati solo per sopraggiunti problemi con la popolazione locale. Pare che la proprietà della valle sia divisa in mille lotti, gli abitanti di Nivice Bubar, a causa dello scioglimento di una cooperativa del periodo comunista e per antichi diritti di legna e di pascolo. C’è un molo, un paio di casermette militari abbandonate e delle baracche-bar sulla spiaggia. Il fatto che la baia sia isolata, selvaggia e a soli pochi minuti di motoscafo da Corfù ha mosso il colosso turistico francese che ne vuole fare un nuova destinazione nel Mediterraneo. Saranda è una ridente città di mare massacrata dagli inesorabili onnipresenti lavori in corso. Anche qui cemento a go-go per ridurre una costa altrimenti spettacolosa ad un orrendo polveroso formicaio. La spiaggia proprio davanti all’albergo Kaonia (40 Euro una doppia) sarebbe deliziosa se non avesse la passeggiata in testa e non le fosse stato sottratto dal cemento anche il più piccolo spazio residuo. Non si indaghi sull’esistenza dei depuratori, ma si prenda atto del fatto inequivocabile che il mare è pulito, straordinariamente limpido anche di fronte al centro cittadino. Oltre al problema evidente dell’edilizia selvaggia sulla costa, dalle conversazioni con la gente emergono altri disagi gravi in tutto il paese provocati dalle continue interruzioni dell’erogazione di energia elettrica e dalla scarsità d’acqua. Si procede verso sud e a questo punto la meta non può essere che Butrinto. A sinistra della strada, stretta, si alternano paesaggi suburbani, rurali e un grande lago con strani tralicci che potrebbero essere allevamenti ittici. A destra quasi sempre il mare. Nell’attraversare il villaggio di Ksamil, rinomata stazione balneare tra gli oliveti, mi scappa l’occhio su una mucca che rovista nella spazzatura. C’è qualche problema anche con la raccolta e lo stoccaggio dei rifiuti che mi sembrano, soprattutto nel sud, un po’ troppo invasivi. Più tardi, sulla spiaggia a poche centinaia di metri, ho gustato splendidi piatti di pesce guardando le luci di Corfù.

Nel III canto dell’Eneide a Butrinto Enea incontra Andromaca. Li ho cercati invano. Mi sarebbe piaciuto incontrarli sulle sponde del lago anche se lei è un po’ lamentosa, non ha certo mai avuto la grinta e il fascino di Elena gran dama della stessa storia. Mentre invece ho trovato resti bizantini, il battistero, la basilica e frotte di archeologi all’opera con un caldo terribile, alle prese con resti antichi, in cerca di gloria. La data della fondazione della città è sconosciuta e remota nel tempo, ma se ne conosce l’esistenza certa già nel VI secolo a.C. Dall’acropoli-castello si gode una bella vista sul territorio circostante e il lago. Davanti all’ingresso del sito c’ è un traghetto sul Canale di Vivari per coloro che si recano a Vrine l’ultimo villaggio prima del confine con l’Epiro (Grecia). Lungo la strada che da Saranda va a Gjirokastra ci si può rinfrescare mettendo i piedi nell’acqua della Sorgente dell’Occhio Blu (Syri i Kalter) a 10 gradi. Qualcuno, in genere nordici (olandesi, danesi, scandinavi, ecc.) con il cuore buono, ci fa il bagno intero, ma dopo qualche minuto esce paonazzo. Gjirokastra è una città dell’interno che ha dato i natali a Enver Hoxha, un merito a cui oggi forse rinuncerebbe volentieri. E’ nota per il castello e il sottostante quartiere ottocentesco. All’interno del castello c’è un orrendo museo delle armi con fucili, pistole, mitragliatrici e cannoni esposti con franchezza. Sui bastioni c’è la carcassa di un jet militare americano del 1957 costretto ad un atterraggio di fortuna sul territorio albanese. Il regime comunista l’ha ripetutamente esibito sostenendo che si trattasse di un aereo-spia abbattuto. Nella grande piazza d’armi mi sono lasciato incantare dall’azione ritmica di due giardinieri che falciavano l’erba ingiallita dal sole. Sullo sfondo il palcoscenico arrugginito di un festival popolare e una chiesa ortodossa in disuso. Da Gjirokastra a Berat ci sono 120 chilometri di strada abbastanza bella,ma noiosa. Berat la città delle mille finestre è l’ultima tappa di questo viaggio. Le case ottomane dei tre quartieri di cui è composta la città antica rappresentano il suo patrimonio più prezioso. Le chiese, sempre chiuse inaccessibili, della cittadella cristiana di Kalasa si lasciano guardare solo da fuori. Nei bar i vecchi giocano a domino e i giovani perdono tempo sognando di emigrare. Mi piace segnalare l’albergo Mangalemi di Tomi Mio (25 Euro una doppia), un posto gradevole, il migliore, per riposare dalle fatiche del viaggio e per nutrirsi di carne in modo impeccabile (10 Euro a testa). La macchina va da sola verso l’aeroporto di Tirana. A onore del vero voglio precisare che mai in un solo momento durante questo viaggio con due macchine fotografiche al collo ho temuto di essere derubato.


Edoardo Fornaciari

Parma, luglio 2007


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