Fidenza o Borgo San Donnino

Nella noia disattenta della via Emilia a cinquanta all’ora, improvvisamente riappare Borgo San Donnino. Subito ci si domanda se quel cartello sia un fantasma del passato oppure il frutto di un ripensamento recente oppure solo il dignitoso riconoscimento di una identità storica mai del tutto dimenticata. Poco dopo una sfilza di cartelli ammiccanti che dirottano i viaggiatori-di-piacere verso le Terre Verdiane, Fidenza si presenta in modo quasi dimesso, periferico. Nelle bissaboghe della viabilità, il cartello potrebbe anche sfuggire se non riportasse due nomi, una scritta lunga, se non presentasse i due volti asimmetrici della stessa città, se non raccogliesse in sé la sintesi di una storia vecchia di duemila anni. Fidentia, città romana, sulla via Emilia e sullo Stirone è cosa certa, certificata da testimonianze storiche e dal ritrovamento dei ruderi di un ponte e di un mosaico databili intorno al I secolo. Borgo San Donnino luogo di culto, meta di pellegrinaggio, villaggio medievale e poi paesotto moderno e sede episcopale è realtà altrettanto certa, comprovata, ricordata ed anche amata, molto. Ancora non si sa se persona nata a Fidenza sia “fidentina” o “borghigiana” e, se qualcuno solleva il dilemma, c’è ancora un sacco di gente pronta a parlarne. Per molti “Fidentino è brutto, Borghigiano è bello”. I maiali di questa zona sono di “razza borghigiana”. In un salotto della Fidenza-bene qualcuno sussurra che “molte città ambirebbero avere la storia di Fidenza e di avere così nobili origini, addirittura preromane; macché borgo, una città non può essere borgo che, anche sul dizionario, vuol dire grosso villaggio, paese”. Ma con le invasioni barbariche Fidentia si è dissolta nel nulla e al suo posto, per centinaia d’anni non è rimasto che un gruppo di capanne, baracche lungo il torrente. Ha ragione don Amos Aimi quando dice che il martirio di San Donnino è stato l’avvenimento più importante della storia della città e anche che “San Donnino è il nostro Colosseo, e guai a chi ce lo tocca”. Donnino era un cubiculario romano, un funzionario di rango, segretamente cristiano, dell’imperatore Massimiliano. Fu ucciso sulla sponda dello Stirone. La tradizione vuole che, decapitato, abbia attraversato il torrente tenendo ben stretta tra le mani la propria testa. Per tutto il medioevo lungo la via Francigena c’è stato un gran traffico e i pellegrini preferivano sostare dove ne valeva la pena, dove si rischiava di rimediare se non una grazia almeno una benedizione. Già allora si ragionava in termini di costi e di benefici. San Donnino ha sempre protetto dal mal di testa, dai morsi dei cani rabbiosi e delle vipere e dagli incidenti stradali, un pronto soccorso mistico, un moderno programma di prevenzione, gratuito. I risultati sono tangibili. Il basso-rilievo in alto, a destra della porta principale del duomo racconta, leggibile come un fatto di cronaca sulla nostra Gazzetta di Parma, del crollo del ponte sullo Stirone e della miracolosa incolumità di una donna gravida caduta nel torrente in piena. La grazia. I vecchi del paese dicevano “lo Stirone ogni anno ne vuole uno” e il Santo, per farsi voler bene, si dava un gran daffare. “L’anima della città è San Donnino, ma questo posto si chiama Fidenza, nasce Fidentia, non è mica colpa mia” dice, sinceramente dispiaciuto Umberto Battini sacrista del Duomo e aggiunge: “voglio che quelli che vengono qui nella cripta mostrino devozione al Santo e tocchino l’urna, oltre la grata”.

Il fascismo, però, “soprattutto i fascisti di qui non accettavano il borgo medievale, le devozioni, e hanno raddrizzato via Cavour (allora via Corsica, ndr) perché immaginavano e desideravano una Fidenza squadrata, come un castro romano e così facendo hanno messo da parte il Duomo”. Don Aimi dice che il borgo “borghigiano” si è sviluppato intorno alla chiesa, il castro romano, invece, l’antica Fidentia era più in là, oltre la piazza, verso la chiesa di Santa Maria. La vicenda del cambiamento del nome è lunga e complessa. L’idea tardo risorgimentale del garibaldino e deputato Luigi Musini (Samboseto 1843 – Parma 1903) viene presa sul serio cinquant’anni dopo, con foga, dai fascisti della prima ora che desiderano rinnovare ogni cosa ad ogni costo. Il 12 Giugno del 1927, Anno V dell’era fascista, “Per Decreto di Sua Maestà il Re, auspice S.E. Benito Mussolini, Borgo nostra assume da oggi l’antico suo nome romano: Fidenza. Iscriviamo questa data fra le più fauste per il nostro Comune: è il segno di un’Epoca”. Così inizia il discorso del podestà Nino Censi ai suoi concittadini. Così si cambia un abito, forse solo un po’ liso, ma di ottimo taglio, in cui la comunità stava da secoli perfettamente a proprio agio, per una camicia nera. Può ben essere che già da tempo immemorabile la diocesi, per questioni di dignità formale, fosse “di Fidenza”, ma l’abitato era Borgo, anche per gli eruditi. Lo testimonia una delle carte geografiche della biblioteca del convento di San Giovanni a Parma, dipinta ad affresco nel 1575, che riporta la dicitura “Borgo S. Donino”.

I borghigiani da sempre sono gente allegra, ospitale, generosa, chiacchierona. Del periodo fascista sono i grandi eroismi locali. Al cimitero, in fondo a sinistra, una lapide ricorda il “Sottotenente pilota Antonio Panini, dottore in Legge, laurea ad honorem in Scienze Politiche, tre volte volontario di guerra 18.3.1914 – 30.6.1942”. L’entusiasmo e l’esuberanza sono sempre alle stelle. Nel 1934 “alcuni fidentini mangiarono del leone”, un leone. “Il fatto ebbe subito una risonanza nazionale”.

L’onorevole Remo Ranieri qualche volta portava la camicia nera, “di seta nera”.

Il canonico Bianchi, irriso perchè, soffiandosi il naso, immergeva tutta la testa dentro un enorme fazzoletto bianco, nel commissionare la nuova sede della Banca Cattolica in piazza Garibaldi, aveva raccomandato al progettista di erigere un palazzo in cui fossero evidenti, molto visibili, teste di leone, colonne, ricchi capitelli e finestre bifore.

Il palazzo è ancora lì, ricco, da vedere. E’ la casa in cui hanno sempre abitato i Campanini, famiglia storica di Borgo. Nel 1853, Luigi e Fernando scoprirono i resti mortali di San Donnino. I fratelli Gino, Pippo e Vincenzo nati tra il 1898 e il 1913 erano molto simpatici, quello serio e compassato era Gino. Pippo è nella mitologia, Vincenzo, “Cenzino” per gli intimi, in famiglia, dai nipoti, era chiamato affettuosamente “lo zio bestia”. Con la fionda era un asso, prendeva il sedere di un barboncino a venti metri di distanza da una macchina in movimento. Quelli di Salso, a passeggio con la padrona in viale Romagnosi alle sette di sera, erano tutti suoi. Mio padre me lo raccontava sempre. Pippo aveva molti amici di fuori, gente nota, intellettuali, giornalisti, musicisti, scrittori come Indro Montanelli, Attilio Bertolucci, Mario Soldati. “Gli amici di Pippo”, scrive don Aimi nella prefazione di Lettere a Pippo carteggi di Giuseppe Campanini (dal 1943 al 1980),”sono diventati dei patiti borghigiani che arrivano perfino a rifiutare nell’indirizzo il nome romano di Fidenza”.

Edoardo Fornaciari

Parma, 2005

© 2007 Edoardo Fornaciari - Via XXII Luglio 40 - 43100 Parma - Tel. +39 0521 508350 - Cel. +39 3391714459
edoardo@edoardofornaciari.it - edoardofornaciari@tin.it
Codice Fiscale FRNDRD52S23G337D - Partita IVA 00340610344