La Libia tripolina e il deserto

E’ un paese affascinante la Libia. Ci sono andato per la prima volta alla fine di Marzo 1986, il giorno dopo la battaglia navale del Golfo della Sirte. Si erano scontrate la VI flotta americana e due motovedette suicide del colonnello Gheddafi. Poi ci sono tornato quasi un mese dopo, per documentare gli effetti del bombardamento di Tripoli e di Bengasi. Il Colonnello mostrava i muscoli, prendeva due sberle e, dopo un po’, tornava a mostrare i muscoli e gli schiaffoni gli arrivavano più forte. A Tripoli la gente normale per la strada non c’era. I negozi erano chiusi o vuoti. Tra i pochissimi aperti, un negozio di biancheria intima in centro esponeva una vecchia foto di un berbero sul suo cammello e, tese col fil di ferro, un solo paio di mutande, probabilmente le ultime. Le saracinesche erano dipinte di verde. I rari passanti attraversavano la grande Piazza Verde quasi correndo. Ricordo bene di un poliziotto-segreto che si chiamava Sadik. Portava baffetti sottili. Tutte le volte che puntavi la macchina fotografica su qualcosa di interessante ti lasciava fare, inquadrare con calma, assaporare il gusto della bella-foto. Anche se scattavi veloce, un istante prima del clic, ti metteva la mano sull’obiettivo e ti diceva “no”, bello secco. Sadik. Più della censura poté il nome. Ricordo un aeroporto circondato da bombe inesplose. Ce le portavano a far vedere come un vanto, come se fossero di loro proprietà, una alla volta, indicando con il dito l’etichetta di provenienza. E quando, invece, la bomba era esplosa c’era un grande buco a forma di cratere. Mi sarà difficile dimenticare un gruppo di contadini inebetiti in mezzo ad un oliveto, sul ciglio di uno di questi crateri. Dignità, rassegnazione, smarrimento erano dipinti sui loro volti, stavano immobili come spaventapasseri. Una sera un gruppo di padri-di-famiglia ha sgozzato sulla pubblica via una vacca dopo averle scritto sulla schiena, con la pittura bianca, “Reagan”. Poi qualcuno si è sporcato la faccia di sangue e tutti insieme hanno inscenato una danza tribale tenendo ben alti i kalashnikov sopra la testa. Un altro giorno la moglie di Gheddafi ha monopolizzato la nostra attenzione, durante un incontro vespertino nella grande caserma Bab el Azizia, accusando il presidente americano dell’omicidio della figlia adottiva di 15 mesi. Una bomba aveva devastato la sua casa. E ancora, ricorderò per tutta la vita, monito e odio per le atrocità della guerra, i feriti intubati, mutilati, accecati, sanguinolenti, esposti in bella mostra nell’ala più importante dell’ospedale di Tripoli.

Sono poi tornato in Libia nel dicembre 2002, ma non ho visto la capitale perché sono andato subito a sud, nel Fezzan, nel deserto. Di quel viaggio conservo il ricordo dell’ affabilità di una guida tuareg, un certo Uarzaghan, che guidava nel deserto come Schumi a Monza. Raccontava, in un buon francese, delle leggendarie battaglie dei Garamanti, di pietre scolpite dall’uomo e spaccate dal sole, di attraversate di mari di sabbia a dorso di cammello, di meditazioni notturne sotto il firmamento, di lunghe battute di caccia. Amava il deserto e lo conosceva alla perfezione. Leggeva alla prima occhiata la consistenza delle dune, rideva a crepapelle dei miraggi. E’ una bella responsabilità portare in giro turisti per l’Acacus, per il Messak Settafet, per gli Erg di Ubari, Wan Caza e per il Murzuq. Non tanto per i rischi alla loro incolumità di cittadini, ma per i tesori svelati, per l’aggressione quotidiana che, le incisioni e le pitture preistoriche inesorabilmente, insieme allo stesso deserto, subiscono. Nel Wadi Mathendush la pietra su cui un ignoto scalpellino di dodicimila anni fa ha inciso il profilo di un bue è esplosa di recente. Oggi appare pesantemente fessurata, spaccata in più punti. L’opera è andata perduta. Trivellazioni? Estrazioni? Assestamenti? Passaggio ? Smanacciamenti ?Nel mondo ci si affanna a conservare opere recenti di illustri sconosciuti, di pseudo-artisti incapaci e nello stesso tempo si accetta passivamente di perdere testimonianze preistoche, opere uniche ed antichissime. Lo scorso anno, nel Marzo 2007, in occasione del mio secondo viaggio nel deserto libico, ho trovato tante cose cambiate, un po’ più di degrado, qualche recinzione, più traffico. Il cartello turistico giallo che indica, in mezzo al deserto, il sito archeologico del Wadi Tashwinat è clamoroso. Vedendolo ho pensato che a qualcuno potrebbe venire in mente di mettere paracarri sponsorizzati lungo le piste e che a qualcun altro potrebbe piacere l’idea tanto da dare il proprio benestare. Si sa che con il Colonnello nulla è certo e nulla è impossibile. La Libia cresce da quando Gheddafi ha capito che con i muscoli e le sberle non si va da nessuna parte. Forse cresce troppo velocemente. Non lontano dai siti archeologici, straordinario patrimonio dell’umanità, è stata recentemente autorizzata l’apertura di pozzi petroliferi. Quanto sia giusto estrarre petrolio o acqua fossile dal deserto nessuno lo sa. E’ difficile per i comuni mortali calcolarne o prevederne i danni geologici, ma il contadino di Germa che, grazie a quell’acqua, conquista ogni giorno metri quadrati di deserto oggi mangia, e probabilmente anche domani, almeno verdura fresca. Allah akbar, Dio è grande. Andate in fretta, amici miei, fin che siete in tempo a vedere queste meraviglie del mondo. Oltre a tutto Dar Sahara nel campo tendato di Awiss ha fatto recentemente grandi migliorie igienico-sanitarie che forse stemperano un po’ l’avventura, ma sicuramente impreziosiscono il viaggio.

Tripoli “bel suol d’amore” è oggi una città vivace e lievemente, a suo modo, cosmopolita. Il canto del muezzin non è così aggressivo come in altre città arabe, i tassisti parlano un po’ di inglese e, se gli dai la mancia, anche romanesco. Ne ho trovato uno che alla fine della corsa mi ha detto “dammi quello che vuoi” sapendo perfettamente che comunque gli avrei dato molto di più di quanto lui legittimamente avrebbe potuto chiedermi. In piazza ti fanno il caffè espresso. La macchina è uguale alle nostre e il barista anche. Libico purosangue, fino all’altro giorno lavorava a Napoli. Non c’è verso di trovare del vino e neanche della birra decente, solo analcolica. Non credo che sia solo un problema religioso. Il gran capo sa bene che l’alcool allenta i freni inibitori e, siccome non vuole provocazioni, si guarda bene dal concederne il libero consumo. Non c’è opposizione evidente. La politica governativa è paternalistica, “se lavori va bene, ma se non lavori fa lo stesso, basta che non rompi le scatole”. I miracoli del petrolio e nessuno fiata. La gente è affascinata dal progresso, per strada ti guardano il telefonino, i giovani e i burocrati sono attratti dagli ultimissimi modelli. La storia è ritornata ad essere un vanto del paese da quando si è capito che la curiosità per il passato, il turismo culturale, rende quattrini. Nel suk s’incappa anche in banchi di souvenirs di classe come, per esempio, meravigliosi orologi da polso con il ritratto di “Gheddafi condottiero” sul quadrante. Il museo della Jamahiriya, nel castello in piazza, è molto ben allestito. Illustra le dominazioni che la Libia ha subito, tutte, da quella greca a quella romana, da quella bizantina a quella islamica, da quella italiana fino a quella attuale. Certo nella rassegna non facciamo, noi italiani, una gran bella figura. I crimini di Graziani e di Balbo sono molto ben documentati. Il “leone del deserto” Omar al-Mukhtar ne esce eroe e martire. Oggi ovunque si ha l’impressione di consapevolezza e tolleranza. Sadik è scomparso, non c’è più. Ho provato a chiedere di lui al portiere dell’hotel Al-Kabir dove l’avevo conosciuto e da dove partivano le nostre passeggiate per la città, ma non sono riuscito a trovarlo. Sono passati più di vent’anni. La Medina è accessibile a tutti, senza problemi, sicura. Il suk è affollato, vivace, ricco. E’ cambiato tutto dalla primavera del 1986 quando i benpensanti stavano tappati in casa impauriti e i facinorosi ululavano alla Luna. Ci si può permettere lunghe passeggiate alla sera, un taxi per rientrare lo si trova sempre, facilmente. Un buon posto per mangiare dell’ottimo pesce è Gargaresh, un gruppo di ristorantini sul mare a est della città. In una viuzza in discesa c’è il mercato in cui si compra il pesce e poi lo si fa cucinare lì accanto, nella cucina prescelta. I locali sono puliti, con veri e propri camerieri e si spende anche poco. Gamberoni, aragoste, astici, orate, branzini freschissimi, tutto è perfetto, manca solo il vino bianco. Il mare è molto bello, sia da una parte che dall’altra, sia, quindi, verso la Tunisia che verso la Cirenaica, l’altra Libia, quella lontana la cui capitale è Bengasi.Verso ovest c’è l’antica città greco-romana di Sabratha la cui fondazione è avvenuta tra il V e il IV secolo a.C. Di originale resta ben poco tanto che la Lonely Planet riferisce che “alcuni dei monumenti visibili oggi a Sabratha sono fedeli ricostruzioni degli originali romani”. Anche se falso, il teatro è un gran bel colpo d’occhio con la sua solitaria imponenza. Dall’ingresso si staglia tutto sopra la linea ben marcata dell’orizzonte e da solo invade il cielo. La parte della città più vicina al mare dà modo di fantasticare sulla vita di un porto di duemila anni fa e la presenza di una giovane donna araba tra le rovine, probabilmente in attesa di un fidanzato, interrompe improvvisamente la mia lieve passeggiata nel passato. Il sito archeologico è molto vasto e in riva al mare, ma la sua peculiarità , ai miei occhi è rappresentata dal silenzio, dal fatto che non sia aggredito da torme di turisti invadenti. Non c’è nessuno che ti imponga di subire il presente. L’incontro con due dromedari seduti nel cassone di in camioncino Toyota mi riporta alla realtà. Da una parte Sabratha, dall’altra Villa Sileen e Leptis Magna. Si giunge a Villa Sileen dopo aver attraversato l’orribile periferia est di Tripoli, qualche villaggio della fascia suburbana lungo la grande strada costiera e infine campi coltivati. Villa Sileen accorcia la distanza tra sogno e realtà. Le proporzioni sono garbate, la presenza nel contesto, spiaggia mediterranea intatta, è armoniosa, non invasiva. La villa è in ottimo stato, ricca di mosaici e di affreschi, coperta quasi interamente dai tetti originali. La visita è quasi furtiva, non si capisce quanto sia autorizzata. Il gioco delle mance, delle cose non dette, degli sguardi furbastri lascia nel dubbio. L’autista del pullmino non entra, resta fuori a fumare. Dulcis in fundo Leptis Magna. Il sito archeologico è spettacoloso, la migliore testimonianza della grandezza dell’Impero Romano. Un’altra Roma, sul mare. Non so che cosa scrivere che non sia già stato detto. Passo sotto l’Arco di Settimio Severo, imperatore romano nato qui nel 145 d.C., chiudo gli occhi e li riapro a Roma sotto il Campidoglio e sotto un altro arco, di Settimio Severo.

Edoardo Fornaciari

Parma, 2008

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