Saharawi

Nell’estremo sud-ovest dell’Algeria, non lontano dalla città di Tindouf, in pieno deserto, la terribile “hamada”, vivono accampate 200.000 persone, i Saharawi, in esilio da trent’anni. Quando, nel 1975, la Spagna ha rinunciato al Sahara Occidentale e il Marocco se ne è appropriato indebitamente insieme alla Mauritania, la popolazione autoctona, nel rigoroso rispetto per la propria autodeterminazione, non ha potuto fare altro che fuggire nell’unico paese amico. A quella piccola diaspora dimenticata è seguita una guerra che ha visto contrapposti il Fronte Polisario (Saharawi) e il Marocco e la Mauritania. La prima fase del conflitto, quella che ha liberato i territori invasi dalla Mauritania, si è conclusa velocemente (1978), mentre quella tra il Fronte Polisario e il Marocco si è spenta, con il cessate il fuoco, solo nel 1991. Il Marocco, a difesa dei propri nuovi confini, ha costruito un muro di sabbia lungo 2.600 chilometri all’esterno del quale ha seminato mine anticarro e antiuomo. Accampati nel deserto, in una condizione di povertà totale, assistiti a singhiozzo dalle Nazioni Unite e da numerose associazioni umanitarie, i Saharawi vivono in attesa di una delibera del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che permetta loro di tornare a casa, nella loro terra, un grande e bellissimo paese affacciato sul mare, ricco di fosfati e di petrolio. Questa popolazione ha bisogno di tutto perchè non ha nulla. Dei quattro grandi campi in cui i profughi abitano (Ayun, Smara, Auserd e Dakhla), il solo ad avere, nel sottosuolo, una quantità d’acqua non salmastra estraibile e soddisfacente al fabbisogno minimo è Dakhla. L’energia elettrica è fornita dai pannelli solari che la maggior parte delle famiglie ha in dotazione e basta appena per un neon nelle ore serali e per un minimo di televisione. Non esiste un sistema fognario tanto quanto i servizi igienici sono quasi del tutto inesistenti. Lo smaltimento dei rifiuti avviene in modo “spontaneo” nel senso che ognuno porta i propri nel deserto, a qualche centinaio di metri da “casa”, e li abbandona. Non li si sotterra perchè non ci sono le ruspe. Le case sono tende con annessi piccoli fabbricati costruiti con mattoni di sabbia e ricoperti di lamiera. La maggior parte delle famiglie alleva cammelli, capre, qualche pollo. Un vecchio avvoltoio legato per una zampa aspetta tra le tende di finire arrostito. D’estate la temperatura può arrivare a 60 gradi, d’inverno durante la notte anche sotto lo zero. In qualche tenda c’è il televisore sintonizzato sulle reti arabe nord-africane. Nelle scuole professionali, una per ogni campo, frequentate normalmente solo da giovani donne, compare qualche computer obsoleto. I dispensari, il solo piccolo ospedale è a Dakhla, e le farmacie vengono riforniti di farmaci con sufficiente puntualità. Da qualche settimana nei territori occupati dal Marocco è iniziata una forma di intifada contro l’invasore che pare abbia già provocato, nelle file di etnia saharawi, centinaia di feriti e decine di arresti.

Edoardo Fornaciari

Tindouf, 2005


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