L’ Estremo Sud Est della Sicilia

Il rombo lontano di una motocicletta esagerata squarcia per qualche istante il silenzio, la pace, la tranquillità di quest’angolo di paradiso. Questo è il solo ricordo sgradevole che ho di Vendicari. L’oasi è degli anni ottanta e si estende, in barba a chi avrebbe voluto destinare l’area alla costruzione di un petrolchimico prima e poi di villaggetti turistici, su 574 ettari circondati dal mare e da altri 1.000 ettari di “preparco”, ad uso rigorosamente agricolo. Una incantevole sottile fascia di terreno costiero, in parte paludoso, lungo 8 chilometri, con una profondità media di settecento metri che ospita una flora mediterranea rigogliosa e una fauna stanziale e migratoria sorprendente. Nomi fino a qualche giorno fa sconosciuti ora mi frullano in testa in disordine. Non riesco infatti, pur avendone facilmente fotografati alcuni, a ricordare lo “Spatola”, il “Volpoca”, il “Fraticello”, il “Gambecchio” e il “Piovanello”. Fabio, il mio scout locale, si sbracciava indicando volatili e pronunciando i loro nomi all’istante, quasi ancor prima di averli guardati. Attraversando un canneto, ho pensato al giorno dell’apertura della caccia nella Pianura Padana e a tutti quei fenomeni che, vestiti da Rambo e armati fino ai denti, sparano anche ai tafani, purché si muovano. I Fenicotteri in branco pascolavano, non so se si dice così, in un angolo del grande Pantano Roveto e ho avuto la tentazione di uscire dal capanno e battere forte le mani per vederli volare. La pigrizia e il senso di quiete mi hanno fatto desistere. Un airone cenerino pescava nell’acqua bassa del Pantano Grande e quando mi ha visto è volato via lento, infastidito, ma non spaventato. Del Cavaliere d’Italia preferisco non parlare, non si sa mai, non vorrei essere frainteso e inquisito. La tonnara è stata restaurata da poco. Malgrado la ciminiera, ci si sente dinnanzi ad un monumento antico, forse ad un tempio. Si avvertono presenze temprate da un durissimo lavoro, gli spiritelli di generazioni di tonnarotti ancora vagolano tra queste mura decrepite con il berretto calato sulla fronte e le mani larghe e indurite dalla salsedine. Si riflette sull’importanza che il tonno, la sua pesca e la successiva lavorazione delle sue carni ha avuto da queste parti negli ultimi mille anni. La tonnara di Vendicari, detta Bafutu, ha smesso di funzionare nel 1943, cogliendo al volo l’occasione offertale dallo sbarco alleato in Sicilia. Dopo una lunga serie di annate grasse, intorno al 1929, era iniziato il suo inesorabile declino, non riuscendo più, con il pescato sottocosta, a giustificare i costi. L’ultimo proprietario di Bafutu è stato Antonino Modica Munafò di San Giovanni che l’aveva comprata nel 1914. Il barone Modica aveva due figlie, Giuseppina e Concettina, alle quali cercava disperatamente di trovare marito, due mariti. Nella casa sull’isola di Vendicari, davanti alla tonnara, organizzava spessissimo grandi feste a cui invitava i migliori partiti della zona, nobili di ogni ordine e grado, anche decaduti. Pare però che le due signorine fossero talmente racchie ed indisponenti da essere appetite solo dai pescatori, per via della dote. Non è dato di sapere se le due signorine si siano poi maritate, d’altra parte tutte le leggende, anche le più recenti, si dissolvono proprio nel finale, sono brutte le storie che arrivano a compimento. Volando basso, come gli uccelli migratori, su spiagge incontaminate e distese di ginepro, timo, assenzio e palme nane mi dirigo verso sud, esco dal parco, incontro qualche orrenda villetta e arrivo a Marzamemi, fascino allo stato puro, a prima vista. E’ un paesino sul mare, minuscolo, antico, sorto intorno ad un’altra tonnara, quella dei principi di Villadorata. Barche di pescatori all’ancora in mezzo alla rada, bottarga, sole, pesce fritto e vino bianco, un ritmo lento, un po’ di storia sono gli ingredienti di questo posto magico per tutto l’anno, salvo il mese di agosto durante il quale tutto cambia, si trasforma e diventa, mi dicono, difficilmente sopportabile. La confusione e il paradiso non sono compatibili tra loro. Racconti di giovani entusiasti enfatizzano gli eccessi della mondanità agostana, vantano presenze di illustri calciatori e di modelle filiformi, ma basta non ascoltarli, peggio per loro. Ora, in bassa stagione, il paese è piacevolissimo. A Milano piove e ci sono 4 gradi, qui c’è il sole e di gradi ce ne sono 28. Un vecchio mi dice “al nord avete i soldi, qui noi abbiamo il sole, ho detto a mio figlio di andare al nord, ma non mi vuole ascoltare” e si allontana scuotendo la testa e facendo con le braccia un gesto di saluto, o di resa. Già i Fenici pescavano il tonno a Marzamemi, poi i Greci, poi i Romani, poi gli Arabi, poi finalmente i Siciliani. Si dice che la tonnara sia stata fondata dagli Arabi, ma si è certi che solo dal 1752 abbia funzionato a pieno regime con regolari calate annuali, da maggio a ottobre. La felicissima posizione lungo questo tratto della costa sud-orientale ne ha fatto una delle tonnare più “fertili” della Sicilia, paragonabile forse solo a quella leggendaria di Favignana agli antipodi dell’isola. L’attività è cessata nel 1970 quando Corrado Nicolaci di Villadorata ha deciso di non procedere più al calo della tonnara. I motivi sono stati, come al solito, molteplici, ma i principali sono stati l’inspiegabile allontanamento dei tonni da queste coste, la concorrenza delle tonnare volanti giapponesi e i costi. Ora degli antichi splendori della pesca non restano che il ricordo, un po’ offuscato , la “camperia”, il palazzo del principe, le casette intorno alla piazza principale e alla piazzetta araba. Spazi e fabbricati che sono stati in parte recuperati ad uso turistico-ricettivo, in parte adibiti a magazzini, altri quasi abbandonati e adibiti a set cinematografici (Salvatores, i fratelli Taviani, Brandauer, Tornatore).

Marsà al hamen”, in arabo “la rada delle tortore” è il nome del paese, per il passaggio di una gran quantità di uccelli migratori a primavera, gli stessi che ho visto a Vendicari, un battito d’ali più a nord. Ma continuando, invece, a volare verso sud, oltre tratti di costa deserti e piccole insenature, prima del mare aperto si incappa in Portopalo e nell’isola di Capo Passero. Altro villaggio e altra tonnara. La Sicilia, si sa, riserva sorprese ad ogni angolo di strada, ad ogni capo, ad ogni valico. Questa volta il nome della famiglia egemone è Bruno di Belmonte di cui il cavaliere Pietro è stato l’ultimo degnissimo rappresentante. La tonnara si presenta malconcia, all’ingresso di Portopalo, e solo le dimensioni dei fabbricati ne lasciano intuire l’antica importanza e bellezza. Dal mare la si accomuna erroneamente al castello Tafuri, un fabbricato presuntuoso e recente anch’esso abbandonato, che la sminuisce, ne deturpa un po’ la dignità. Il Barone Pietro Bruno di Belmonte è stato l’ultimo “padrone del mare”, l’ultimo a cedere dinnanzi al rinnovo della quinquennale Concessione Governativa. L’ultima tonnara è stata calata a mare a Portopalo nel 2000. Il secolo è compiuto. Nei malfaraggi sull’isola di Capo Passero, attraverso le sbarre di un pesante cancello, si possono ancora ammirare gli “scieri” e le “muciare”, barche per la mattanza. La fortezza che ha difeso per centinaia di anni tutto questo si lascia ancora una volta baciare dal primo sole del mattino mentre le reti vengono calate, ancora una volta, ma ora solo per qualche chilo di paranza.

Più a sud, oltre il porto e oltre le secche su cui è arenato un peschereccio, c’è solo l’Isola delle Correnti, l’estremo sud dell’Europa, più a sud di Tunisi.

Edoardo Fornaciari

Marzamemi, 2008





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